Forti terremoti hanno colpito il Venezuela mercoledì (24 giugno), provocando il crollo di edifici a Caracas e alimentando il timore di un alto numero di vittime e di vaste distruzioni in un Paese già segnato da anni di grave crisi economica.
Una scossa di assestamento di magnitudo 7,2 ha colpito circa 160 km a ovest della capitale, nei pressi di Morón, nello stato di Yaracuy, seguita meno di un minuto dopo da una scossa principale di magnitudo 7,5 – la più forte registrata in Venezuela dal 1900.
Il Servizio geologico degli Stati Uniti (USGS) ha avvertito che “vittime elevate e danni estesi sono probabili e il disastro è verosimilmente diffuso”, con una stima iniziale che indica un numero di morti compreso tra 10.000 e 100.000.
Le squadre di soccorso hanno lavorato per tutta la notte nei quartieri di Caracas come San Bernardino e Baruta, dove diversi edifici sono crollati. Le autorità locali hanno riferito di aver estratto sopravvissuti dalle macerie, con almeno tre morti confermati in un’area e decine di feriti altrove.
Nello Stato costiero di Falcón, 22 persone sono rimaste ferite e 15 risultano disperse. I residenti hanno descritto scene di panico mentre la popolazione si riversava in strada durante un giorno festivo, con alcuni che hanno paragonato le scosse al devastante terremoto di Caracas del 1967.
La presidente ad interim Delcy Rodríguez ha dichiarato lo stato di emergenza nazionale in sette Stati e ha annunciato che il governo chiederà assistenza internazionale. Il principale aeroporto del Paese, a Maiquetía, è stato chiuso a causa dei danni, le scuole sono state sospese e gli ospedali si stanno preparando a un afflusso di feriti. Le infrastrutture petrolifere sembrano inizialmente non aver subito danni significativi, anche se i blackout elettrici potrebbero influire sulla produzione.
Il disastro arriva in un momento particolarmente fragile per il Venezuela, che ha attraversato una delle peggiori crisi economiche della storia recente. Decenni di cattiva gestione, iperinflazione arrivata a livelli di decine di migliaia di punti percentuali e una forte contrazione del PIL hanno lasciato il Paese con infrastrutture in rovina, diffusa povertà che colpisce circa il 70% della popolazione e l’emigrazione di quasi 8 milioni di persone.
Nel 2026 l’economia resta fragile, con un PIL intorno ai 100 miliardi di dollari, inflazione a tre cifre e un debito pubblico stimato tra 170 e 240 miliardi di dollari. Il governo ad interim guidato da Rodríguez sta portando avanti una vasta ristrutturazione del debito per cercare di riottenere accesso ai mercati internazionali, ma gli analisti descrivono la situazione come insostenibile a causa delle deboli esportazioni di petrolio e delle limitate risorse fiscali.
Questa fragilità economica è destinata a complicare le operazioni di ricostruzione, poiché edifici datati e risorse di emergenza limitate amplificano l’impatto del sisma. Gli Stati Uniti hanno dichiarato di stare mobilitando aiuti, mentre Rodríguez ha lanciato un appello alle organizzazioni multilaterali.
Il Venezuela si trova in una zona sismicamente attiva, dove si incontrano le placche tettoniche dei Caraibi e del Sud America. I terremoti rappresentano un ulteriore promemoria delle vulnerabilità del Paese: rischi naturali sovrapposti a una crisi economica e umanitaria di lunga durata.
Tradotto da Cesare Ceccato. Articolo originale pubblicato da EUAlive disponibile qui.

